Italia e Francia, una storia di rugby, contaminazioni e molto altro
In tredici edizioni di Sei Nazioni ci siamo abituati a tutto: alle sconfitte impietose e a quelle onorevoli, alle occasioni perse e ai pronostici a denti stretti, ma a perdere contro la Francia no, a quello non ci si abitua mai. Dici rugby e pensi alla palla ovale, ai rimbalzi bizzarri e a regole che da qualche parte devono pur esser state scritte. Poi rifletti: roba per anglosassoni, cieli grigi e pioggerellina, troppo distante dagli agi pallonari di noi genti latine. di Ronald Giammò

In tredici edizioni di Sei Nazioni ci siamo abituati a tutto: alle sconfitte impietose e a quelle onorevoli, alle occasioni perse e ai pronostici a denti stretti, ma a perdere contro la Francia no, a quello non ci si abitua mai. Dici rugby e pensi alla palla ovale, ai rimbalzi bizzarri e a regole che da qualche parte devono pur esser state scritte. Poi rifletti: roba per anglosassoni, cieli grigi e pioggerellina, troppo distante dagli agi pallonari di noi genti latine. E invece, al di là delle Alpi, i cugini non solo sono riusciti a prender dimestichezza con l’insolito sport ma ne hanno fatto anche un vanto nazionale, con tanto di etichetta autoctona: rugby champagne, mon dieu!
La nostra rincorsa all’ovale è iniziata con un centinaio di anni di ritardo rispetto alla loro. Normale rincorrerli. Superate le fasi della perplessità, delle ginocchia sbucciate e delle mamme apprensive oggi siamo alla ricerca di una nostra identità. E in questi anni gli unici che siano riusciti a farci capire qualcosa di più su di noi sono stati proprio loro, i francesi. Gallia capta, italiani coeperunt. Quando ci siamo affidati a guru sudafricani o neozelandesi il bilancio è stato sempre mediocre. Lingua, emisfero, cultura: tutto troppo distante. Consegnati alla sapienza transalpina invece, i nostri hanno prima sconfitto le diffidenze di un establishment, poi acquisito più sicurezza dei propri mezzi e infine - incredibile visu - spaventato addirittura i maestri di Nuova Zelanda e Australia.
Cercare di spiegare il perché quella filosofia riesca ad attecchire così bene dalle nostre parti non è semplice. Più facile esportare una Bardot che persuadere un movimento a seguire le orme altrui. Specialmente se dalle colonne d'oltralpe si continua a fare i conti con il rugby azzurro al suon di les italiens o etichettando le trasferte nei nostri stadi come Vacanze Romane. Non che i cugini avessero tutti i torti: i primi venti incontri, salvo poche eccezioni, sono state tutte passeggiate con passivi da dimenticare in fretta. Lo sport però non è mai scienza esatta, non di sola abilità e muscoli si nutre, ma di pulsioni, istinti, orgoglio e giornate nate male. La prima e più memorabile si srotolò in quel di Grenoble, anno di grazia 1997, un 32-40 per noi che sa di riscatto per le generazioni ovali azzurre che furono e di monito per quelle transalpine a venire. In panchina per l'Italia quel giorno c'era Georges Coste, francese di Perpignan.
Da allora le scaramucce tra noi e loro sono continuate: abbiamo perso una Bellucci ma guadagnato una statua al Pompidou, Laetitia Casta avrà pure presentato il Festival di San Remo ma la (ex) premiere dame è nata Bruni Tedeschi e non Sarkozy. Soprattutto, abbiamo cominciato a esportare giocatori in Francia: Clermont, Parigi, Tolosa. Segno che la diffidenza stava lasciando il posto all' affidabilità e che quell'orizzonte chiamato rispetto cominciava ad avvicinarsi un po'. E fu lì che sbagliammo. Peccato di presunzione, superficialità, ubris. Accadde che giocando al loro fianco tutto l'anno ci accorgemmo che anch'essi avevano gambe e braccia come noi e, pensando infine di averli imparati a conoscere, finimmo col dimenticarci di noi stessi, dei nostri limiti, della nostra storia corta. Risultato: dieci anni di batoste e scarti abissali, primi fischi (un sacrilegio per la religione ovale) e il dubbio che quella baruffa, là, sul campo, non fosse sport ma folklore o poco più.
Ebbri per la festa i francesi finirono col ricascarci, e il loro tonfo è già storia recente. Due anni fa, a Roma, la spuntammo di un punto e chi c’era porta ancora nelle coronarie i segni di quell’impresa. Perché questo ha di bello il rugby: che nella sua brutale onestà non tiene conto di numeri e passato, tradizioni o cronologia. Palla in mano e campo aperto davanti a sé, racconta una storia che sa di libertà sempre aperta a mille epiloghi. E Italia e Francia, domenica, scriveranno un’altra pagina del loro romanzo.
La nostra rincorsa all’ovale è iniziata con un centinaio di anni di ritardo rispetto alla loro. Normale rincorrerli. Superate le fasi della perplessità, delle ginocchia sbucciate e delle mamme apprensive oggi siamo alla ricerca di una nostra identità. E in questi anni gli unici che siano riusciti a farci capire qualcosa di più su di noi sono stati proprio loro, i francesi. Gallia capta, italiani coeperunt. Quando ci siamo affidati a guru sudafricani o neozelandesi il bilancio è stato sempre mediocre. Lingua, emisfero, cultura: tutto troppo distante. Consegnati alla sapienza transalpina invece, i nostri hanno prima sconfitto le diffidenze di un establishment, poi acquisito più sicurezza dei propri mezzi e infine - incredibile visu - spaventato addirittura i maestri di Nuova Zelanda e Australia.
Cercare di spiegare il perché quella filosofia riesca ad attecchire così bene dalle nostre parti non è semplice. Più facile esportare una Bardot che persuadere un movimento a seguire le orme altrui. Specialmente se dalle colonne d'oltralpe si continua a fare i conti con il rugby azzurro al suon di les italiens o etichettando le trasferte nei nostri stadi come Vacanze Romane. Non che i cugini avessero tutti i torti: i primi venti incontri, salvo poche eccezioni, sono state tutte passeggiate con passivi da dimenticare in fretta. Lo sport però non è mai scienza esatta, non di sola abilità e muscoli si nutre, ma di pulsioni, istinti, orgoglio e giornate nate male. La prima e più memorabile si srotolò in quel di Grenoble, anno di grazia 1997, un 32-40 per noi che sa di riscatto per le generazioni ovali azzurre che furono e di monito per quelle transalpine a venire. In panchina per l'Italia quel giorno c'era Georges Coste, francese di Perpignan.
Da allora le scaramucce tra noi e loro sono continuate: abbiamo perso una Bellucci ma guadagnato una statua al Pompidou, Laetitia Casta avrà pure presentato il Festival di San Remo ma la (ex) premiere dame è nata Bruni Tedeschi e non Sarkozy. Soprattutto, abbiamo cominciato a esportare giocatori in Francia: Clermont, Parigi, Tolosa. Segno che la diffidenza stava lasciando il posto all' affidabilità e che quell'orizzonte chiamato rispetto cominciava ad avvicinarsi un po'. E fu lì che sbagliammo. Peccato di presunzione, superficialità, ubris. Accadde che giocando al loro fianco tutto l'anno ci accorgemmo che anch'essi avevano gambe e braccia come noi e, pensando infine di averli imparati a conoscere, finimmo col dimenticarci di noi stessi, dei nostri limiti, della nostra storia corta. Risultato: dieci anni di batoste e scarti abissali, primi fischi (un sacrilegio per la religione ovale) e il dubbio che quella baruffa, là, sul campo, non fosse sport ma folklore o poco più.
Ebbri per la festa i francesi finirono col ricascarci, e il loro tonfo è già storia recente. Due anni fa, a Roma, la spuntammo di un punto e chi c’era porta ancora nelle coronarie i segni di quell’impresa. Perché questo ha di bello il rugby: che nella sua brutale onestà non tiene conto di numeri e passato, tradizioni o cronologia. Palla in mano e campo aperto davanti a sé, racconta una storia che sa di libertà sempre aperta a mille epiloghi. E Italia e Francia, domenica, scriveranno un’altra pagina del loro romanzo.
di Ronald Giammò